giovedì 8 febbraio 2007
Sono cresciuta timida, ma non timida che non parlo, timida che non parlo mai quando serve.
Parlo, parlo tanto, spesso parlo troppo. Mi scappano cose di cui mi pento, mi scappano cose cattive gratuite, mi scappano cose che vorrei cancellare, dico cose di cui potrei fare veramente a meno.
Ma quando devo parlare non mi viene niente. Quando devo mettere in chiaro certe cose anche un po' scomode rimango non solo senza parole, ma addirittura senza pensieri. Mi si gela il cervello, come in preda ad uno schok. E solo dopo, quando è ormai troppo tardi, penso a tutto quello che avrei potuto dire.

Situazione tipo 1) AVREI POTUTO TACERE: arrivo in ufficio, una collega ha chiamato che arriverà tardi perché suo marito è stato male tutta la notte con l'influenza. Commento della collega che riferisce l'accaduto: io poi certe cose non le capisco! Va bene se è malato un figlio rimanere a fargli compagnia, ma il marito si può arrangiare. Mia battuta che voleva essere di spirito : - Poi dite che il marito si trova l'amante e vi lascia. Conclusione: la tipa a cui ho rivolto la battuta è divorziata.

SITUAZIONE TIPO 2) AVREI DOVUTO PARLARE: vecchio lavoro. Si profila un trasferimento in un'altra sede per me o la mia collega. Entrambe non vogliamo andare. Ma lei è la più giovane (professionalmente parlando) e quindi il capo fa un lungo discorso con lei. Il colloquio si svolge a porta chiusa, ma sento tutto. E la mia collega ringrazia per l'opportunità, ma non fa altro che sponsorizzare la mia dipartita elencando tutte le mie qualità, e di come avrei saputo valorizzare al meglio la società da un'altra parte. Ovviamente condendo il tutto con altrettanti elogi a se stessa di come si fosse ambientata bene nel MIO ufficio. Subito dopo tocca a me e indovinate chi viene scelto per il trasferimento?

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